LE DONNE DI CEFALÙ 

di Nico Marino

 

 A Cefalù, sin dagli albori del mito, la donna ha sempre avuto un ruolo molto importante. Ad alcune rappresentanti del

 gentil sesso, infatti, sono intimamente legati fatti leggendari che riguardano la città.
I personaggi del mito di Dafni, tranne il protagonista ed il padre, Ermes, sono tutte donne molto determinate. Dafni, figlio di Mercurio e di una ninfa, è quel fanciullo che inizia il mondo alla gioia della poesia pastorale; sposata Echenaide, Lyca, Xenea o comunque vogliamo chiamarla, egli le giura amore eterno. Stordito, però, dall’ebbrezza del vino, si lascia sedurre da una vogliosa regina che lo ha adescato. La nemesi è terribile quanto l’epilogo! Accecato, per vendetta, dalla suocera, come vorrebbero alcuni Autori, Dafni comincia a vagare per i boschi, incapace di cantare quella natura che i suoi occhi non riescono più a vedere. Mercurio, impietosito, lo trasforma allora in quella roccia, nei

 pressi di Cefalù, che, a dire di Servio (IV-V sec. d.C.), avrebbe forma umana .
Altrettanto passionale e determinata è Diana, principessa o sacerdotessa, che, rapita dai pirati, per non essere separata dall’amato, si getta in mare lasciandosi morire . Di lei resterebbe il ricordo nel toponimo della contrada Prissuliana, Presidiana o Presa di Diana.
Dal Mito passiamo alla Storia. Le donne che hanno avuto modo di distinguersi a Cefalù, sia quelle native che quelle forestiere, hanno manifestato carattere fermo e risolutezza nelle azioni, dimostrando di possedere grande personalità persino quando hanno dovuto soggiacere alla forza dei potenti. Di esse redigeremo un repertorio cronologico nel quale inseriremo anche notizie su alcune donne delle quali abbiamo scarni elementi anagrafici, sufficienti tuttavia a lasciare intravedere intricate e intriganti vicende. 
Costanza, vedova di Balduino de Guiscardo, assieme alla figlia Simona ed ai figli Ruggero e Bulgaro, vende, nel settembre del 1196 , al Vescovo di Cefalù il Feudo di Campella che il marito ha ereditato dal padre Guiscardo; questi a sua volta lo ha ricevuto nel 1121 da Raul, Rudulfo Rufo, allora Signore di Cefalù , che lo ha avuto in dono dal Gran Conte Ruggero.
Secondo una voce corrente la più antica Confraternita di Sicilia sarebbe stata eretta in Monterosso Almo (Agrigento) nel 1261. Tra le Pergamene della Cattedrale di Cefalù, però, esiste un documento, Atto di erezione di una confraternita colla descrizione dei nomi di alcuni confrati e sorelle e sussiegue certa nota di annue rendite, o siano prestazioni , che prova l’esistenza di una Confraternita, proprio in Cefalù, tra il 1223 e il 1238, durante il Vescovado di Arduino . Tra gli iscritti molte donne sposate, vedove o nubili: Marotta, moglie del Notaio Riccardo ; Basilia, moglie di Gregorio de Duana, che, assieme al marito, dona alla Chiesa di Cefalù una casa, nella platea magna della città, nella quale è allocato una sorta di ospizio, prima cellula dell’Ospedale di Cefalù; Natalia; Isabella de Quatuor Oculis; Stabilia de Pacufilia. Tutte donne che hanno scelto con sicurezza questa via per la loro tranquillità terrena e la certezza dell’ultima dimora. Tra i confrati anche un certo Giovanni de Amelina. Potrebbe essere figlio di quella Amelina, altra donna certamente di carattere, dalla quale il Vescovo Bosone (1157-1172) avrebbe voluto comprare una casa e la quale si dichiara, con tranquillità, ex concubina dell’Arciprete Pietro di Caltavuturo , associato alla stessa Confraternita.
Isabella, Contessa di Geraci, potente signora, ha diversi possedimenti a Cefalù. Una casa e una vigna risultano essere state di sua proprietà. In una delle Pergamene della Cattedrale, infatti, quella in cui il Vescovo Pietro da Turino (1269-1274) concede a Castellano Francigena una casa, posta in un vicolo della strada del Bagno, e una vigna sita nella contrada Fonte dei Saraceni (Pietra Grossa?), si precisa che le proprietà cedute dal Vescovo erano appartenute ad Isabella Contessa di Geraci , sposa di Arrigo Ventimiglia, il primo di questa schiatta a venire in Sicilia. 
Eufemia, donna di polso, diventa Vicaria del Regno di Sicilia quando, nell’ottobre del 1355, muore il fratello, l’infante Ludovico, e gli succedette nel governo del Regno Federico III di lui fratello detto il Semplice . La Corte si stabilisce a Cefalù. Eufemia dimostra accortezza e fermezza nel reggere le sorti del Regno; muore a Cefalù il 28 febbraio 1359. Viene tumulata nella Cattedrale della città, all’interno di un sarcofago paleocristiano, quello dove ancor oggi riposa . 
Margherita di Vassallo, vedova di Roberto de Salomone, vende, il primo maggio 1365 , un giardino in contrada Arena a Francesco II Ventimiglia, cedendo alle mire espansionistiche del Conte. 
La Magnifica Autina Burracato, moglie del Magnifico Giacomo Giaconia, nel 1518, col consenso del fratello Nicolò e con agghiacciante determinazione, promette di vendicare la morte dell’altro fratello, Giacomo, con atto notarile . 
Filippo de Serio possiede una schiava di nome Narda la cui figlia viene battezzata il 22 novembre 1556. Pochi anni dopo, il 15 gennaio 1569, il sacerdote Luca di Almao celebra il battesimo del figlio della anonima schiava di Gian Simone Costa; al bimbo viene imposto il nome di Giovanni.
Fa sicuramente scalpore il battesimo della appena nata e già Magnifica Donna Caterina, figlia del Magnifico ed Eccellentissimo Jacopo lo Nigrello. A battezzarla, il 13 febbraio 1572, è il sacerdote don Luca di Almao. I padrini sono Don Francesco Ayala capitano de infanteria insemi cu 25 spagnoli.
Il sacerdote don Domenico di Serio il 6 marzo 1589 esorcizza una figliola della quale si sconoscono i genitori e che è stata battezzata per necessità in casa dalla levatrice Nuccia Lacciarella. 
Isabella Catania La Greca, vedova del Magnifico Enrico Catania, è una potente e ricca signora, amministratrice dei propri beni; è munifica verso la Sacrestia della Chiesa del SS. Rosario e vi istituisce per sé e per i suoi eredi una sepoltura . È qui che, alla sua morte, viene tumulata il 9 settembre 1598, come attesta la lapide della sepoltura 
Maria Indulci, figlia di Baldassare ed Eularia Salomone, che sposa (1563) Giovan Battista Spinola , nella sua casa ospita l’Infermeria dei Cappuccini di Gibilmanna, alleviando le sofferenze di tanti malati. Alla morte del marito, si fa terziaria cappuccina e presto diventa Superiora. Muore in odore di santità nel 1631. Ricordata da tutti come Suor Mariuzza, viene sepolta a Gibilmanna nella cripta dei frati. Il 13 febbraio dell’anno successivo viene traslata nella chiesa di S. Giuseppe al Borgo.
Susanna Natoli, moglie di Geronimo d’Arena è forse, per quel che se ne sa, la sola donna di Cefalù alla quale sia stata intitolata una strada mentre era ancora in vita . Nel 1591 , infatti, la strada laterale alla sua casa di abitazione, l’attuale Via Pittore Bevelacqua, viene indicata come strata publica de medio, senza altra intitolazione, ma poco più di 30 anni dopo , con l’aumentare della popolarità e importanza sociale della Natoli, viene indicata come vanella nominata di la Natola. 
Il 15 maggio 1607 Maria, figlia degli zingari Domenico e Diana, sposa Giuseppe Greco, zingaro, figlio di Mastro Stefano.
Suor Maria di Brocato, figlia del Signore di Gratteri, viene a Cefalù all’età di 10 anni. È la prima Superiora del Reclusorio delle Orfane della Batiola, fondato a Cefalù nel 1648 dal Vescovo Marco Antonio Gussio (1644-1650). Infervorata del SS. Sacramento, di cui gode spesso visioni, predice che Mons. Gisulfo (1650-1658) sarà eletto Presidente del Regno. Opera molti miracoli. Un giorno nel Reclusorio viene a mancare il pane; Suor Maria, allora, ordina che si guardi nel forno. Apertolo, le suore lo trovano colmo di pane caldo e fragrante. Un altro giorno, essendo rimasto pochissimo olio, Suor Maria col suo miracoloso intervento, lo “moltiplica”. Lo stesso olio risulterà, poi, miracoloso. Tra le tante cose inspiegabili capitatele una è veramente strana: trova spesso del denaro dentro una immaginetta, arrotolata, dell’ecce homo. Muore il 13 novembre 1669, a 59 anni. Viene seppellita ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di S. Leonardo alla Batiola, dove ancora riposa. Dopo la morte continua ad operare miracoli, liberando ossessi e facilitando partorienti. Il sacerdote Francesco Serio, suo confessore, ne scrisse la biografia . Presso la Batiola si conserva, gelosamente, un bastone appartenuto a questa santa monaca.
Gianvincenza Minneci , figlia di Pietro e Isabella Serrano, nel 1572 sposa Giovannello Ortolano, di Andrea e Antonia , dal quale ha cinque figli, tutti morti in tenera età. Si ritrova indicata nel suo testamento come Gian Vincenza Minneci e Ortolano, cittadina palermitana, Baronessa del Feudo di Pasquale (Pollina) e appartenente al Terzo Ordine di S. Francesco. Nel testamento dichiara di voler essere sepolta nel Convento di Santa Zita di … ( ) … Palermo nelli di lui sepolcri ; al quale convento essa testatrice legò, e lega il dritto solito e consueto ed oltre a questo tre quadri grandi, cioè, uno della presa di Cristo altro del Sacrificio di Abramo, e l’altro di s. Pietro. E ciò per divozione. Gianvincenza, cui si deve la costruzione della chiesa della Madonna del Rosario a Pollina , continua così quella tradizione di mecenatismo cominciata dai suoi antenati, lasciandosi immaginare come una delle possibili fonti della Pinacoteca del Barone Carlo Ortolani di Bordonaro (1811-1886) , dello stesso ceppo dei citati Ortolano, il cui nonno, suo omonimo, aveva sposato Maria Mendaci, cognome corrotto da Minneci.
Camilla, vedova di Domenico Ortolano, sposato nel 1581, è munifica benefattrice della chiesa del Monastero di S. Caterina, ingrandita grazie alle sue contribuzioni . 
Resta famosa Donna Felice Basili e Cardona che governò da Badessa nel monistero (S. Caterina, n.d.t.) per più volte nel secolo XVI e ritrovasi per le sue eminenti virtù in Sacra Rota . Il Monastero delle Benedettine di S. Caterina, oggi sede del Municipio, accoglieva numerose monache, quasi tutte figlie di nobili. Tra queste molte le fanciulle provenienti dalla famiglia dei Conti di Collesano, i Cardona. La Badessa del Monastero godeva di grande potere ed autorità e, come tramanda il Bianca , nelle funzioni pubbliche oltre alla cocolla portava la croce in petto e il bacolo Pastorale. I Cardona lasciano nel monastero il segno del loro passaggio : il loro stemma (un mazzo di cardi), fa bella mostra di sé ai piedi di Santa Caterina, sul bassorilievo ancora esistente nell’atrio del Palazzo Municipale, sulla porta del locale dell’ex centralino. 
Nel 1645, durante la notte tra il 12 e il 13 dicembre, Vincenzo Combi, maestro curvisieri (calzolaio), decide di rimandare al mattino seguente il completamento di due scarpe, intanto che si attarda a lavorare su una terza. Conficcata la lesina nella suola, ne sprizza del sangue che colpisce l’atterrito calzolaio in un occhio. Allarmato, crede di essersi ferito. Nel frattempo è accorsa la moglie, Bernardina Ranzino, che lo invita a ripetere l’operazione. Così viene fatto e un nuovo spruzzo di sangue colpisce l’occhio del calzolaio. Arrivano, allora, la sorella, Francesca Combi, ed il cognato, Melchiorre Ranzino. Anche loro chiedono a mastro Vincenzo di riprovare e la cosa si ripete; lo stesso avviene quando la suocera, Caterina, anche lei accorsa, lo prega ancora di continuare. Altro spruzzo, stesso bersaglio. Capiscono, allora, che si tratta di un miracoloso avvertimento di S. Lucia. La Santa non vuole che proprio l’indomani, suo giorno festivo, mastro Vincenzo lavori alle altre due scarpe. Era, infatti, uso delle Maestranze di Cefalù festeggiare la Santa astenendosi dal lavoro. Il mattino seguente, i cinque corrono a rendere la loro testimonianza al Protonotaro della Corte Vescovile . La scarpa incompiuta e intrisa di sangue viene conservata a perpetua memoria. Infatti nell’occasione della festa la scarpa viene esposta al pubblico, che si conserva come nuova . L’esposizione della scarpa rimane, ancor oggi, una delle più suggestive espressioni della devozione popolare . 
Il 12 marzo 1700, Vincenzo Costa, in fin di vita, detta, al notaio Giacomo Nicolò Neglia, il suo testamento, che viene reso pubblico il 3 aprile successivo, alla sua morte. Tra i numerosi capitoli, il XIII così recita testualmente: Si dichiara franca e libera una serva schiava fatta cristiana nomine Catarina. A lei il Costa lascia pure un modesto appannaggio .
Giuseppa Presti (XVII secolo) ha avuto numerosi figli, come tante altre donne che ne hanno avuti anche 12, 18 o 24 . Il maggior vanto di fecondità però portano D(onn)a Gesuela Montagna e Messina, la quale dietro di aver dato alla luce nel 1788 due gemelli, che sono ancor viventi, nel 1792 ne partorì 3 di perfetta corporatura … ( ) … la moglie di Salvatore Garbo detto Tencia di agnome e Caterina di Paola volgarmente chiamata la Pernicana .
Gian Domenico Osnago, pittore milanese, si trasferisce a Cefalù dove nel 1715 sposa Ninfa Manzella . La tradizione vuole che una delle figlie, Francesca Paola o Rosalia , sia coautrice dei quadri prodotti dal padre.

Una storia, che ha avuto il suo epilogo in Cefalù, merita di essere conosciuta. È quella di Sereta, donna ebrea, figlia di Isacco e Luna Morghe. La ragazza nasce, intorno al 1751, a Gibilterra da dove, all’età di dodici anni, viene portata in Venezia. Qui intraprende l’attività di commediante. Dopo avere girovagato per l’Italia e per il Regno di Napoli con la compagnia, viene in Sicilia. Mentre si trova a Pettineo, dove si è recata per allietare con le recite il Carnevale di quella città, durante la Quaresima, la terra è scossa da un violentissimo terremoto. Uscita fuori di casa, atterrita, si rivolge alla pietà del Signore chiedendo al Parroco di essere battezzata. Licenziatasi dalla compagnia, si trasferisce a Cefalù, dove Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Gioacchino Castelli dei Principi di Torremuzza, Vescovo della Diocesi (1755-1788), l’accoglie con pietosa benevolenza. Due sacerdoti vengono allora incaricati dal Vescovo di istruire la ragazza nei rudimenti e principi della fede in Gesù Cristo. Dopo due mesi, il 13 maggio del 1780, sabato di Pentecoste, coll’intervento del Capitolo e del Clero, nel modo Pontificale, Sereta viene battezzata solennemente e le viene imposto il nome di Gioacchina Maria Castelli. I padrini, il Barone di Mandralisca Don Enrico Piraino e la Baronessa sua moglie, Donna Aurora Monizio e Braxhò, regalano alla loro figlioccia una veste di tirzanello bianco. Indossatala, viene cresimata, madrina la Baronessa di Cuscarini, Donna Eleonora Muzio e Piraino, e, subito dopo, riceve la Comunione. L’indomani Sua Eccallenza il Vescovo regala a Gioacchina una posata d’argento, un bellissimo quadrettino di Maria SS. Addolorata, della biancheria, due piatti di fine porcellana e una discreta somma di denaro. Il Duca di Cefalà, nipote del Vescovo, si prende cura della giovane ospitandola presso la sua casa di Palermo.
Il 16 luglio 1820, alcuni mulattieri provenienti da Palermo, riferiscono dei moti scoppiati nella Capitale. Presto, anche Cefalù viene presa dall’euforia rivoluzionaria. L’indomani, vengono saccheggiati, dal popolo, gli uffici pubblici del Giudicato Circondariale, della Sottointendenza, del Palazzo di Città, del Capitano del porto, del Sindaco e del Collettore dei Dazi. Tutti i documenti vengono portati in Piazza Duomo e bruciati . Il 19 luglio vengono assalite, anche, alcune case di privati cittadini. Sono date alle fiamme le case delle famiglie Di Paola e Culotta; una decina le vittime, tra i morti anche dei neonati. A nulla vale l’intervento del Vescovo Sergio (1814-1827). Le rivendicazioni politiche si miscelano al furto e alle vendette private. Per sedare i tumulti si forma una Giunta Provvisoria . Vengono, allora, catturati i presunti colpevoli; alcuni di loro sono battuti pubblicamente , altri sono condannati a morte. Don Tommaso Pernice (1780-1820), motore dei disordini , viene fucilato fuori Porta Ossuna, il 25 luglio. Un certo Taurus, recisagli la testa e fattala bollire, per due ore, nell’aceto, la affigge in Piazza Duomo. Altri due condannati, Maria Ciurella, che aveva appiccato il fuoco in casa Di Paola, e un certo Pizzo, sono giustiziati all’interno dell’atrio del Palazzo Vecchio (Palazzo Vescovile). Le loro teste vengono appese al Bastione . 
Il 30 maggio 1821, sulle colline di Cefalù, si addensano minacciose nubi, sembra calata improvvisamente la notte. Poi, tra tuoni e lampi, viene giù una terribile pioggia. Una immensa massa d’acqua, proveniente dalle alture, si riversa, con violenza inaudita, su Cefalù. Nulla viene risparmiato! Orti e vigne sono distrutti, centinaia di alberi vengono trascinati via, la furia delle acque procura danni irreparabili alle case ed ai mulini. Dal Fiumegrande fino a Lascari è tutto un lago. In quella occasione, in alcune località, cambia addirittura l’orografia dei luoghi. L’ammasso dei detriti forma nuove collinette e molte strade di campagna e trazzere subiscono determinanti trasformazioni di percorso . La gran quantità d’acqua che si riversa su Cefalù trascina in mare, dalle falde della Rocca, la quarantottenne Liboria de Anna, moglie di Ignazio Glorioso. Il suo cadavere verrà ritrovato, sulla spiaggia, il 5 giugno. In questa data il Registro dei morti della Cattedrale di Cefalù ne annota l’avvenuto seppellimento presso l’Oratorio del SS. Sacramento .
Una strana mercanzia trasporta a Cefalù una nave, di ignota nazionalità, che il 5 maggio del 1851 getta l’ancora nella rada di Prissuliana. Ne sbarca una signorina diciottenne, che rimane ospite del Dottor Biagio Pernice - valente ostetrico - per alcuni mesi, fino a quando non partorisce un bimbo che ebbe a nutrice certa Glorioso Pipi . Dopo qualche mese dalla nascita del bimbo la madre riparte, lasciando il figlio a Cefalù. Tre anni dopo il Dottor Pernice conduce il piccolo all’estero. Non si riuscì mai a sapere né la destinazione né chi mai fosse la signorina diciottenne. Solo si concepirono dei sospetti sulla amicizia non effimera che legava il Pernice al console di Scandinavia presso la regnante Casa Borbone, il quale console rappresentava i Paesi Bassi . Recentemente è stato chiarito il mistero: la signorina diciottenne sarebbe stata la principessa, olandese-prussiana, Marianna von Oranje-Nassau (sposata Hoenzollern) che, dopo il divorzio, venne a Cefalù per partorire il figlio, Johannes, probabilmente sotto il nome di Marianne von Seitemberg . 
L’elenco continua con Angelina Lanza (Palermo, 1879-Gibilmanna,1936) sensibile scrittrice; la Signora Zito, che nel 1882, in occasione del centenario dei Vespri Siciliani, ricama lo stemma sul nostro Gonfalone ; Elvira Guarnera, poetessa, che è la prima donna a frequentare il Real Ginnasio “R. Porpora” nel 1892 ; bisognerà aspettare il 1895 perché ce ne sia una seconda, Antonietta Ghiglini , ed il 1916 perché ce ne siano altre ; le sorelle di Nicola e Carlo Botta, Giuseppina ed Elisabbettina, che cuciono il drappo tricolore sventolato durante i moti rivoluzionari del 1856 a Cefalù .Le donne di Cefalù fanno sentire la loro voce quando, negli anni ’70, ingaggiano una dura battaglia per essere ammesse al Circolo Unione, inespugnabile baluardo della privacy dei maschi di Cefalù.

Cefalù ha un nuovo titolo, quello di “Città delle Donne”, niente a che vedere con Fellini , è solo che le donne occupano i posti di maggiore responsabilità. Non è solo frutto del caso: Cefalù è Cefalù! 

Oggi Cefalù ha un nuovo titolo, quello di “Città delle Donne”(niente a che vedere con Fellini ); il caso ha voluto infatti che le donne occupino oggi i posti di maggiore responsabilità, dal Sindaco, Simona Vicari, al Commissario di Pubblica Sicurezza, Gabriella Tomasello; dal Direttore Sanitario dell’Ospedale, Rosa Riini, al Capostazione, Calogera Chimera, al dirigente dell’Ufficio Circoscrizionale per l’impiego, Anna Rosa Corsello. Una riflessione: non sarà che in tutto questo, a parte il caso, ci sia stata la complicità degli uomini ?

 

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